Da quel che leggo, una delle ragioni per cui gli acufeni sono mal tollerati è che chi li ha, se gli esami sono tutti a posto, non ne sa la causa; un sintomo misterioso può essere inquietante perché, nonostante le rassicurazioni razionali, sotto sotto ci si aspetta di tutto.
Ma è vero che non si sa la causa?
In realtà negli ultimi anni il meccanismo degli acufeni è stato abbastanza chiarito; mancano molti dettagli, ma non più che in altre patologie curate tranquillamente. Si tratta, è vero, ancora di ipotesi, ma suffragate da numerose conferme sperimentali e dal buon successo, per ora solo nei laboratori di ricerca, delle terapie basate su queste ipotesi.
Il meccanismo, comune a tutti gli acufeni soggettivi (che siano da traumi acustici, ototossicità, etc), sarebbe il seguente (con qualche semplificazione e imprecisione per chiarezza).
Ogni cellula ciliata riceve una precisa frequenza sonora ed è collegata a un piccolo gruppo di neuroni nel cervello che si dedicano solo ad essa; ne ricevono ed elaborano il segnale e poi lo mandano al livello superiore dove tutti i segnali sono messi insieme. Questo vuol dire che, ad esempio, c'è la cellula ciliata che elabora i suoni di 640 hertz, quella che elabora 650 hertz, e così via. Parallelamente, c'è un neurone che risponde ai 640 hertz, uno che risponde ai 650, e così via (non è esattamente così ma credo si renda l'idea).
A un certo punto, un piccolo gruppetto di cellule ciliate viene danneggiato: per un trauma acustico, per la tossicità di una sostanza, per un'infezione, per il naturale invecchiamento, insomma per tutte le ragioni che possono causare un acufene.
Quindi, i neuroni collegati alle cellule danneggiate non ricevono più segnali, o ricevono un segnale più debole del solito. La loro attività dunque diventa casuale, non è più legata a un segnale esterno; perdono la sintonia per così dire.
Nella maggior parte dei casi i neuroni si "rassegnano" e stanno zitti da subito; in altri casi, per ragioni non note, continuano a trasmettere il rumore di fondo, e questo è il segnale di partenza dell'acufene. Il primo caso è molto più frequente e lo sperimentiamo tutti i giorni: dato che ogni anno muoiono per invecchiamento diverse migliaia di cellule ciliate, se non fosse così tutte le persone avrebbero migliaia di acufeni (o meglio, un acufene con moltissime frequenze). Invece la nascita del segnale di partenza di un acufene è un evento molto più raro, e non si sa perché.
Il segnale è però molto, molto debole; infatti la maggior parte delle persone non si accorge neppure di averlo (eppure chi più chi meno ce l'hanno tutti: in apposite condizioni sperimentali è possibile farlo percepire alla grande maggioranza delle persone). Del resto, è un segnale casuale prodotto da pochi neuroni e, a quanto sembra, non ha la tendenza a propagarsi come avviene invece nell'epilessia.
Però, e qui viene il punto, in alcuni casi è un segnale improvviso (vedi traumi acustici etc): questo fa sì che sia percepito inizialmente come molto forte, per ragioni molto complesse da spiegare. Diciamo che il nostro cervello è programmato per valutare l'intensità degli stimoli sensoriali non in base alla loro forza assoluta, ma in funzione della loro differenza rispetto alla situazione precedente.
Normalmente, il cervello è in grado di identificare che si tratta solo dell'attività elettrica di base di alcuni neuroni e lo filtra via; quindi non viene percepito. Fra il segnale e la percezione consapevole vi sono infatti molte elaborazioni e molti filtri; tutto quello che non è importante viene tagliato e non lo sentiamo (la valutazione dell'importanza non è, ovviamente, un processo cosciente, altrimenti i filtri non avrebbero senso).
Per provarlo, basta andare da un audiologo e farsi mettere un apposito microfono nelle orecchie: si sentirà un'infinità di suoni che normalmente non percepiamo; uno dei più forti è il battito del cuore.
Può succedere che, per tante ragioni fra cui uno stato di allerta pre-esistente, il cervello vada eccessivamente in allarme quando percepisce questo nuovo segnale: ed ecco che si innesca l'acufene vero e proprio. Questo debole segnale (che quasi mai, in misurazione per confronto, supera i 5-10 decibel, cioè il volume del tic tac di un orologio) viene continuamente monitorato dal cervello; entra in un circolo vizioso con le aree limbiche (emotive) e il sistema nervoso autonomo (i riflessi di allerta e attenzione) e viene continuamente amplificato. Viene per così dire "portato in primo piano", tanto che in alcuni casi è molto difficile da mascherare anche con suoni molto forti (ecco perché, al matching, si parla - erroneamente - di acufeni "da 70 decibel", che invece non esistono). Il cervello è un regista, e ha deciso che l'inquadratura deve restare quella.
E' importante capire che il processo di amplificazione o filtro non è controllabile dalla coscienza, perché avviene molto prima, avendo proprio lo scopo di portare alla coscienza (la parte più lenta e dispendiosa del nostro cervello) solo alcuni segnli ed escluderne altri.
Per fortuna, al contrario di quello che si credeva solo fino a 25 anni fa, il cervello è plastico, cioè le connessioni fra i neuroni e la loro attività cambiano nel tempo, anche se piuttosto lentamente. Quindi, anche se le cellule ciliate sono morte (dato che potrebbero essere solo traumatizzate ovviamente la prima cura deve essere rivolta a loro ed è farmacologica), è possibile che il segnale di innesco che viene dai neuroni cessi, e soprattutto è possibile che ricominci ad essere filtrato via o non più amplificato. Questo è infatti quello che accade più di frequente; e quando non accade, gli si può dare una mano (e vanno in questo senso non solo le terapie attuali, farmacologiche e no, ma anche le cure sperimentali che pare diano buoni risultati in molti casi e in tempi rapidi).